A che serve il Tai Ji Quan? Questa domanda prima o poi si pone a chi pratica da un po’ di tempo, ed è una domanda che sorge dal confronto fra le proprie aspettative e ciò che realmente avviene. Che cosa possiamo incontrare andando oltre la superficie sulla quale siamo abituati a riflettere il nostro Tai Ji?
Tai Ji oltre lo specchio
“Ora, se solo vorrai ascoltarmi…… ti dirò tutte le mie idee sulla Casa-oltre-lo -specchio. Prima di tutto c’è la stanza che vedi quando guardi nello specchio, è esattamente la stessa che c’è di qua, solo che le cose vanno all’inverso…..Oh, Kitty, come sarebbe bello se solo potessimo entrare nella Casa-oltre-lo-specchio!….Immaginiamo che ci sia un modo di arrivarci…. immaginiamo che il vetro diventi soffice come un velo così da poterci passare attraverso. Ehi, ecco che si sta trasformando in una specie di nebbia!” (Lewis Caroll “Attraverso lo specchio e ciò che Alice trovò di là”)
A che serve il Tai Ji Quan? Questa domanda prima o poi si pone a chi pratica da un po’ di tempo, ed è una domanda che sorge dal confronto fra le proprie aspettative e ciò che realmente avviene.
Diversamente da altre discipline che sono manifestamente orientate al combattimento sportivo o alla difesa personale il Tai Ji ha mantenuto da sempre un profilo più sfumato. Accade quindi che il pubblico che si rivolge a quest’arte sia estremamente eterogeneo, sia per quanto riguarda l’età, la preparazione fisica, eventuali precedenti esperienze in ambito marziale, sia soprattutto per quanto riguarda le aspettative, ovvero quello che ciascuno vorrebbe ottenere; chi cerca la salute, chi la capacità marziale, chi lo sviluppo spirituale…… ognuno proietta nel Tai Ji le sue insicurezze, ognuno cerca per così dire di piegare il Tai Ji alle proprie esigenze personali.
Purtroppo, o per fortuna, il Tai Ji ha una ben precisa struttura interna, poco visibile a un primo contatto, ma molto vincolante; non vedendola si avrà una pratica totalmente inefficace, vedendola si tratterà di decidere che cosa e quanto investire di sè.
Se è vero che “Tai Ji Quan” significa “Arte Marziale fondata sul Principio Supremo (Yin-Yang)” non è un po’ presuntuoso pretendere che esso faccia ciò che vorremmo noi? Non sarebbe più onesto cercare di scoprire che cosa il Tai Ji vuole da ciascuno di noi?
Dal Mito alla Realtà
Spostando la questione da ciò che noi vorremmo a ciò che si vuole da noi (o, da un altro punto di vista, a ciò che ci viene concretamente offerto) si fa piazza pulita di tutto ciò che si pensa o si è pensato del Tai Ji; si tratta di scegliere un sistema e applicarlo con coerenza abbastanza a lungo da poterne apprezzare gli effetti; le figure quasi leggendarie dei grandi maestri in questo non ci aiutano molto: le straordinarie capacità che vengono loro attribuite, e che molto spesso sono ben documentate, ci fanno sentire inetti, ci fanno sospettare che qualche misterioso segreto sia stato tenuto nascosto, o qualcosa del genere.
Certamente è responsabilità di chi insegna esplorare le tracce lasciate dai maestri e accertarsi che il sistema che si propone sia efficace e fondato su basi solide, ma poi si tratta di incamminarsi ascoltando, passo dopo passo, ciò che il Tai Ji ci chiede di trasformare in noi stessi.
Ogni tanto qualcuno chiede: “Quanto tempo ci vuole a imparare il Tai Ji?”. La domanda va riformulata; il Tai Ji non si impara perché non è una tecnica, ma un principio operativo della realtà; diciamo piuttosto che si impara a manifestarlo rimuovendo a poco a poco ciò che ce ne tiene lontani. Certo è che non ci si possono aspettare risultati profodi in poco tempo; anche nel Tai Ji c’è l’apprendimento elementare, lo studio superiore, l’università e poi il lavoro autentico su di sé. La durata del corso di studi dipende interamente dall’impegno personale; nessun professionista, ma nemmeno un manovale muratore, può aspettarsi di raggiungere una vera competenza in pochi anni, lavorando magari un giorno o due alla settimana……
Specchiarsi nel Tai Ji significa lasciare che esso ci mostri noi stessi, come siamo e come via via diventiamo; il nostro esercizio personale ci fa da specchio, così come il nostro compagno o compagna di allenamento.
La Cornice
Lo specchio Tai Ji ha una cornice, di foggia piuttosto antica, ma sempre attuale, che definisce le regole in virtù delle quali lo specchio stesso può funzionare correttamente, senza distorsioni. Il contesto creato da tali regole è definito Marziale, ovvero collegato in modo più o meno diretto alla Via del Guerriero. Analizzeremo altrove il senso della figura del Guerriero nel mondo di oggi, qui mi limito ad enunciarne la qualità primaria e fondante: la Presenza Integrale, l’esserci senza riserve. Il praticante Tai Ji non è tenuto a vestirsi in un modo particolare, né a mangiare cibi speciali e tanto meno a conoscere il cinese; non deve essere necessariamente coraggioso o fisicamente dotato, ma deve ESSERE PRESENTE con tutto se stesso, e, quando lo è, si aspetta che chi si allena con lui faccia altrettanto.
Chi combatte sul ring lo impara a suon di pugni, i militari delle unità speciali lo imparano in mezzo al fragore delle esplosioni con le urla dell’istruttore nelle orecchie; noi non usiamo questi sistemi perché abbiamo bisogno di operare su frequenze più sottili, abbiamo bisogno di imparare il linguaggio dei segnali deboli, quelli che ci parlano di ciò che accade all’interno più che di ciò che si vede da fuori.
I segreti dei Corpi Speciali
Da questo punto di vista, coloro che praticano un Tai Ji di qualità costituiscono un “corpo di elite” , l’appartenenza al quale è definita da quel particolare tipo di presenza, che non può essere imposta, ma solo consapevolmente scelta momento per momento.
Anche il loro corpo fisico tende a diventare in certo modo un “corpo speciale”, non per effetto automatico dell’apprendimento tecnico, ma grazie a quel particolare modo di impiegare la Consapevolezza e l’Intenzione. Questo, forse, è uno dei pochi veri “segreti del Tai Ji”, abbastanza profondo da modificare radicalmente la qualità della pratica, ma ben custodito dall’apparente semplicità della sua formulazione (“Usare la Mente, non usare la Forza”) e dalla sostanziale impossibilità del linguaggio di trasmettere un’esperienza che va un po’ al di là di quanto accessibile ai nostri cinque sensi esterni.
Così accade spesso che chi è abituato al “registro forte” dell’Arte Marziale non si sente motivato a lasciare la sicurezza di ciò che già conosce, e chi all’opposto non ha alcuna esperienza marziale esita a mettere in gioco con determinazione le proprie potenzialità.
In entrambi i casi si tende a stazionare in una sorta di inerzia di cui, beninteso, nessuno muore, ma che alla lunga dà la sgradevole impressione di “esserci senza esserci”.
Oltre lo Specchio
Assumere la giusta presenza e specchiarsi nel Tai Ji è il primo passo, ma poi ci rendiamo conto che l’immagine che vediamo è pur sempre un’immagine relativa, mediata dalle condizioni della nostra coscienza. Allora può diventare interessante cercare un punto di vista radicalmente diverso e questo è ciò che definisco “attraversare lo specchio”; solo dall’altra parte, nella Casa-oltre-lo specchio, alcune verità del Tai Ji sono visibili e sperimentabili.
Il metodo per farlo è ben descritto da Lewis Carrol nella frase citata all’inizio: si tratta di rendere fluido e permeabile ciò che ordinariamente appare solido, e questo, che non ha nulla di misterioso o magico, fa parte integrante dell’addestramento tradizionale Tai Ji, ma richiede a sua volta metodi specifici di allenamento.