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Esterno e Interno Quando accettiamo di aderire accuratamente alla Forma - Postura essa comincia ad esercitare una pressione su di noi; la sua natura è quella di un contenitore dinamico ma pur sempre ben delimitato per cui, quand’anche il nostro Ego abbia accettato di entrarvi, la nostra Forza Vitale vi si sente costretta e soffocata. L’unico modo che l’adepto Tai Ji ha per sciogliere questa tensione è di fare un vero e proprio salto quantico di prospettiva cominciando ad esplorare il mondo del movimento interno (An Jin "La Forza invisibile"), mondo costituito da tutte quelle sensazioni generate dai sensori interni (sensibilità propriocettiva) che il nostro cervello utilizza per regolare la postura e realizzare il gesto, e da quei piccoli aggiustamenti articolari e cambiamenti muscolari che, generando complesse catene di allineamento dinamico, consentono la trasmissione delle forze attraverso il corpo. E’ chiaro che si tratta di portare la nostra coscienza ad un livello più profondo di quello che "vede" il gesto dall’esterno, un livello adeguato a percepire segnali sottili, di bassa intensità; in termini di precisione significa essere con la coscienza nei luoghi del corpo e della mente dove le cose effettivamente accadono ed essere consapevoli di come realmente si sviluppano, anzichè della rappresentazione che la nostra mente superfciale è abituata a produrne. Ritengo che l’ascolto dei segnali interni a "bassa intensità" sia il senso nascosto nella frase dei classici del Tai Ji "Quattro once respingono mille libbre...."...." Come effetto collaterale, la scoperta di questo spazio interno, molto più vasto di quello che possiamo vedere o toccare attraverso i nostri movimenti esterni, ci fa scoprire una seconda fondamentale valenza psicologica della pratica "formale", ovvero l’educazione a trovare un’area di libertà anche nei contesti più rigidamente strutturati senza doverli necessariamente forzare. Quando accettiamo di aderire accuratamente alla Forma - Postura essa comincia ad esercitare una pressione su di noi; la sua natura è quella di un contenitore dinamico ma pur sempre ben delimitato per cui, quand’anche il nostro Ego abbia accettato di entrarvi, la nostra Forza Vitale vi si sente costretta e soffocata. L’unico modo che l’adepto Tai Ji ha per sciogliere questa tensione è di fare un vero e proprio salto quantico di prospettiva cominciando ad esplorare il mondo del movimento interno ("), mondo costituito da tutte quelle sensazioni generate dai sensori interni (sensibilità propriocettiva) che il nostro cervello utilizza per regolare la postura e realizzare il gesto, e da quei piccoli aggiustamenti articolari e cambiamenti muscolari che, generando complesse catene di allineamento dinamico, consentono la trasmissione delle forze attraverso il corpo. E’ chiaro che si tratta di portare la nostra coscienza ad un livello più profondo di quello che "vede" il gesto dall’esterno, un livello adeguato a ; in termini di precisione significa essere con la coscienza nei luoghi del corpo e della mente dove le cose effettivamente accadono ed essere consapevoli di come realmente si sviluppano, anzichè della rappresentazione che la nostra mente superfciale è abituata a produrne. Ritengo che l’ascolto dei segnali interni a "bassa intensità" sia il senso nascosto nella frase dei classici del Tai ...." Come effetto collaterale, la scoperta di questo spazio interno, molto più vasto di quello che possiamo vedere o toccare attraverso i nostri movimenti esterni, ci fa scoprire una seconda fondamentale valenza psicologica della pratica "formale", ovvero l’educazione a trovare un’area di libertà anche nei contesti più rigidamente strutturati senza doverli necessariamente forzare. Cedere, Neutralizzare, Restituire Nel suo confronto con la Forma l’adepto Tai Jii segue le stesse regole che applica nel confronto con un partner; innanzitutto egli cede alla forma, non nel senso di lasciarsi andare passivamente, bensì, al contrario, nel senso di muoversi attivamente nella direzione che la Forma richiede, aderendo più accuratamente possibile al modello; non appena sente che il suo corpo sta "indossando" la postura, allora può lasciarvisi fluire dentro in modo che la forza generata dall’"ingresso" nella postura possa essere accumulata nella sua struttura resa elastica dal corretto allineamento (ciò che chiamiamo "Neutralizzare"), e poi rilasciata ("Restituire") in quella fase di espansione che dà ad ogni postura la sua massima pienezza. In questo modo l’esecuzione della Forma diventa un potente generatore di energia che anima la Forma stessa, rendendola, pur nel rigoroso rispetto del modello, anzi, direi prorio grazie ad esso, manifestamente individuale. Paradossalmente la Forma diviene strumento di libertà, nella misura in cui la mente, seguendo un percorso noto e riproducendo accuratamente una serie di modelli acquisiti che costituiscono la sequenza, si libera dal pensiero del "cosa fare" e si immerge nella qualità del suo fare. La Forma: teoria corpuscolare e teoria ondulatoria Il paradosso delle forme dinamiche è che, pur essendo il movimento-cambiamento la loro natura essenziale, tuttavia esse implicano l’assunzione sequenziale di posture ben definite, ognuna delle quali ha un nome ed un preciso significato pratico, tanto che, abitualmente, vengono considerate appunto sequenze di posture unite fra loro da cosidetti "passaggi di collegamento". Questa visione, che potremmo definire "corpuscolare", della forma dinamica mette in risalto una serie di momenti significativi (le posture specifiche) unite, o se si preferisce separate, da momenti almeno in apparenza meno importanti (i passaggi di collegamento). Di fatto è l’unico approccio proponibile ad un principiante, al quale si richiede innanzitutto di acquisire quel grado di controllo del corpo che consente di attuare un "progetto posturale" in modo accurato e ripetitivo. Questa precisione "esterna" è un elemento chiave della formazione Tai Ji, in quanto rappresenta il primo gradino dell’addestramento di ciò che nel linguaggio marziale cinese è chiamato "Intenzione" (Yi), ovvero quella facoltà che implica contemporaneamente l’immagine mentale del gesto da compiersi, la sua finalità e un vasto campo di sensazioni interne che sostanziano tale immagine e inducono il corretto atteggiarsi del corpo in movimento fino alla completa attuazione del gesto previsto. Questo è probabilmente ciò che i Classici del Tai Ji descrivono sinteticamente come "Yong Yi Bu Yong Li" (Usare la Mente non usare la Forza) Se vediamo la forma dinamica in una visione "ondulatoria" ovvero come flusso ininterrotto di onde psico-energetico-corporee caratterizzate da picchi di particolare intensità e coerenza (le posture specifiche), possiamo rivedere questo apprendimento iniziale come un processo di memorizzazione corporea della configurazione propria di questi momenti, veri e propri "attrattori" che condensano Intenzione (Yi), Energia (Qi) e Forza (Jin) secondo modelli specifici e caratteristici; una volta ottenuta una ragionevole precisione nel riprodurre questa configurazione, si passerà allo studio dei passaggi di collegamento che, a questo livello della pratica, rimarranno ancora in secondo piano rispetto alle posture, ma, grazie a questi punti cospicui ormai consolidati, da cui tali movimenti continuamente si sganciano e a cui continuamente si appoggiano, verranno appresi senza troppe difficoltà raggiungendo col tempo una certa logica tecnica ed eleganza. Siamo dunque nel campo preliminare della precisione esterna, dapprima statica (le posture), poi dinamica (la sequenza), E’ il livello che permette di muoversi in modo coerente, equilibrato ed aggraziato e di gustare la sensazione di calma e distensione che ne deriva. Il segno 22 dell’Yi Jing "Bi"(l’adornare), in cui l’accento è posto sulla cura della presentazione esterna quale involucro adeguato per lo sviluppo di capacità più profonde, potrebbe essere preso a simbolo di questo livello. Molti praticanti, nota dolente, si accontentano di questo livello, convinti che l’essenza del Tai Ji sia un movimento tranquillo, morbido e rilassante; Tai Ji è certamente anche questo, ma, come abbiamo accennato più sopra, c’è ben altro da scoprire sotto la superficie. Innanzitutto va sottolineato che il livello di precisione tradizionalmente richiesto è molto superiore a quello abitualmente ritenuto adeguato dalla nostra mentalità nel contesto delle discipline "ricreative"; uno scarto di pochi centimetri potrebbe sembrare trascurabile, mentre è sufficiente, come si comprenderà più avanti, ad impedire la realizzazione dinamica autentica della postura.
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